C’è una saggezza del dire e una dell’essere.
– Pensiero del Giorno Blog, da “Il libro per chi Non vuole diventare Saggio”
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Spunti di riflessione del giorno
La “saggezza” è personale, unica, e spesso
contraddice proprio ciò che ci viene venduto come “vero”:
non si misura a checklist, non si esibisce, non si compra.
Ma cos’è la saggezza?
Se fosse davvero qualcosa che si può insegnare, avrebbe degli standard.
Dovremmo poter dire: questa persona è saggia, quest’altra no.
Dovremmo avere criteri chiari, misurabili.
Ma non li abbiamo.
Chi è saggio?
Chi soffre senza lamentarsi?
Chi capisce tutto?
Chi non si arrabbia?
Chi prende sempre la decisione giusta?
La verità è che cambiamo definizione ogni volta che ci serve.
A volte chiamiamo “saggio” chi ha rinunciato.
Altre volte chiamiamo “saggio” chi ha semplicemente avuto
fortuna.
La saggezza è una parola elastica.
Serve più a descrivere quello che ammiriamo, che qualcosa di reale.
Allora, perché inseguiamo la saggezza?
Perché promette controllo.
Se diventassi saggio, pensi,
non soffrirei così.
Non sbaglierei così tanto.
Saprei cosa fare.
La saggezza diventa una promessa di immunità dalla vita.
Ma la vita non funziona così.
Si vive, si cade, si perde.
E anche chi ha vissuto tanto, continua a sbagliare, a soffrire,
a non capire.
(Estratto da “Il Libro per chi Non vuole diventare Saggio“)
La sindrome del benessere
Quando si parla di “sindrome del benessere”, io me la immagino così: uno sta pure bene, non gli manca niente di serio – salute, lavoro, un minimo di serenità – eppure dentro sente come un piccolo cortocircuito esistenziale.
Io, per capirci, lo riassumerei così: “sto bene… ma non sono convinto di stare bene bene.” Che già qui si capisce che la mente umana non è esattamente un apparecchio semplice.
È un po’ come quando apri il frigorifero pieno, lo guardi per cinque minuti, e poi dici: “non c’è niente da mangiare”. Non è vero, ovviamente. È che il problema non è il cibo: è la voglia.
Ecco, nella sindrome del benessere succede qualcosa di simile. La vita è abbastanza sistemata, ma il cervello — che non si accontenta mai, questo va detto con una certa ammirazione e un po’ di fastidio – comincia a chiedere: “E adesso? Tutto qui?”
Io la vedo come una forma più subdola di noia esistenziale, ma vestita bene: è più silenziosa, non rompe le cose, però ti sussurra che forse ti manca “qualcosa di importante”, anche se non sai bene cosa.
E la parte comica (per modo di dire) è che uno si sente quasi in colpa a non essere felice: “Ma come, ho tutto e mi lamento pure?” E invece no, non è ingratitudine. È che la psiche umana non funziona a pacchetti completi: non è che se hai il 90% delle cose giuste allora sei automaticamente al 90% felice.
Insomma, è quella situazione un po’ assurda in cui la vita è in ordine, ma tu dentro ti senti come un mobile Ikea montato bene… solo che hai perso le istruzioni del senso.
La trappola della “saggezza a buon mercato”
Quando si parla di “saggezza a buon mercato”, di solito si intende una versione della crescita interiore che non vuole davvero attraversare il rischio della vita, ma solo metterla in sicurezza emotiva. Una specie di scorciatoia facile: capisco tutto, mi sistemo dentro, e così non soffro più e non mi annoio più.
Purtroppo la noia esistenziale non è solo “non ho stimoli”, ma è qualcosa di più sottile: è una perdita di attrito con la realtà. Le cose funzionano, magari anche bene, ma non “graffiano” più abbastanza da far sentire coinvolti.
E allora può succedere questo movimento: invece di riconoscere la noia, la mente la trasforma in ricerca di una soluzione alta, nobile, quasi spirituale. Tipo: “mi manca la saggezza”. Che suona meglio di “mi sento spento”.
La saggezza diventa così una risposta estetica a un vuoto che è, in origine, molto più umano e meno solenne. Non tanto un problema filosofico, ma un bisogno di riattivare intensità, significato, desiderio.
E qui sta il punto veramente interessante: la vera crescita interiore non elimina la noia esistenziale come se fosse un errore. Piuttosto cambia il rapporto con essa. A volte la attraversa, a volte la ascolta, a volte la usa come segnale che qualcosa di vivo vuole riemergere.
Quindi, può accadere che inconsciamente ci sia una fuga nella “saggezza pronta all’uso”. Ma non perché la saggezza sia falsa in sé; piuttosto perché viene usata come anestetico contro una sensazione che avrebbe bisogno di essere capita, non coperta.
Semplificando: non è detto che uno cerchi saggezza perché è profondo. A volte la cerca perché è annoiato e spera che il senso arrivi già confezionato. E il senso, purtroppo, è uno di quei prodotti che non si consegnano a domicilio.











