A volte osservo che la gente si aggrappa alle abitudini come a uno scoglio. . . e, detto tra noi, spesso fa pure bene! Perché il mare, a differenza dei post motivazionali, è freddo, salato e soprattutto ignora completamente le tue richieste di raggiungere l’altra riva (con la lista spuntata dei tuoi obiettivi annuali). – Taddeo, ‘Il Quasi-Saggio’ – Pensiero del Giorno Blog
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Filosofia di vita pratica di Taddeo, ‘Il Quasi-Saggio’
Vi spiego. Il mio punto di vista non è “buttati e vivi davvero”, ma qualcosa di più autoironico e mediocremente umano:
- Le abitudini non sono nemiche: sono “mobili convenienti”, un po’ traballanti, ma ti evitano di dormire per terra.
- Il mare non è libertà pura: è anche ansia, disorientamento e “perché ho fatto questa scelta alle 23:47 di martedì?”
- “Vivere” non è una chiamata eroica, ma una serie di tentativi alternati tra slanci e ritorni allo scoglio per asciugarsi.
La mia morale da antidoto al life coaching è:
“Non devi né restare sempre sullo scoglio né tuffarti ogni cinque minuti per dimostrare qualcosa all’universo. Puoi anche sederti lì, mettere i piedi nell’acqua e dire: ‘oggi vediamo se sono più persona da mare o da asciugamano’.”
La lista obiettivi: Bukowski contro Conformismo Motivazionale
Fra i tanti motivatori in cui capita di imbattersi mentre si sta scorrendo apaticamente un social, ce ne sono di quelli che prendono le frasi di famosi scrittori e per dare importanza a quello che vogliono dire le buttano lì, fuori contesto (giusto per creare l’effetto alone).
E’ il caso della famosa citazione di Charles Bukowski: “La gente si aggrappa all’abitudine come ad uno scoglio, quando invece dovrebbe staccarsi e tuffarsi in mare. E vivere.”
A questo punto sospendo un attimo il tuffo metaforico per un’osservazione tecnica: quando un coach motivazionale prende le parole di Bukowski per farti fare la “versione migliore di te entro dicembre”, è un po’ come usare un gatto randagio come mascotte di un corso di obbedienza canina.
Funziona. . . ma solo nella presentazione PowerPoint.
Perché sì, l’operazione è sempre la stessa: si prende una frase che nasce come schiaffo all’ordine costituito, la si stira bene, la si mette in stampatello elegante, e la si trasforma in:
“Compila la tua lista, identifica le abitudini tossiche, scegli l’obiettivo prioritario e ricordati di vivere… ma con Excel aperto.”
E io qui mi fermo un secondo, perché la domanda è legittima: che ci azzecca Bukowski con la checklist degli obiettivi annuali?
Probabilmente la risposta è: nulla.
O meglio: Bukowski ti direbbe di buttare via la checklist, il coach ti dice di farne una più bella, e tu nel mezzo sviluppi un sottile mal di testa esistenziale e la sensazione di essere in ritardo sulla tua stessa evoluzione personale.
E poi arriva il vero capolavoro psicologico del sistema:
“E se non ci riesco?”
Ah. Qui si apre la tradizione millenaria del foglio bianco motivazionale.
Perché non è più “vivi davvero”, è diventato:
- scegli un obiettivo;
- trasformalo in identità;
- performalo entro 365 giorni;
- possibilmente senza crisi esistenziali non programmate.
E se fallisci, non è vita: è “mancata compliance al tuo potenziale”.
A quel punto immagino la scena: tu con il foglio in mano a fine anno, lo guardi, e provi a spiegare alla life coach:
“Vede… il mare era freddo, e io ho scelto lo scoglio. Ma in modo molto coerente.”
E lei probabilmente risponderebbe qualcosa tipo:
“Interessante. Rifacciamo il piano per il prossimo trimestre.”
Io, invece, da Quasi-Saggio, propongo una versione alternativa meno ansiogena:
“Forse non devi scegliere tra scoglio e mare entro il 31 dicembre. Puoi anche ammettere che oggi hai solo voglia di non cadere (a mare).”
Che, stranamente, è già abbastanza vita per iniziare con i buoni propositi.
Chicca psicologica del Quasi-Saggio
A livello psicologico, le checklist degli obiettivi falliscono spesso per un motivo banale e un po’ umiliante: il cervello non è un project manager.
Le usa come se fossero mappe, ma in realtà le vive come promesse identitarie sotto stress. Ogni spunta non dice solo “ho fatto questo”, ma solitamente suona come: “sto diventando la persona giusta”.
Il problema è che la mente non funziona bene con identità troppo rigide. Più l’obiettivo diventa “chi devo essere”, più aumenta la probabilità di due reazioni classiche:
- evitamento elegante (“inizio lunedì prossimo”);
- senso di colpa creativo (“non sono costante, quindi non valgo il piano”).
In altre parole (molto semplici e, purtroppo, poco vendibili nei corsi motivazionali): la checklist non fallisce perché è inutile, ma perché viene trasformata in una piccola sentenza sulla propria personalità.
Quindi usatela pure, se vi aiuta a fare qualcosa di concreto. Ma non attaccatevi alla lista come allo “scoglio” di cui parlavamo prima, altrimenti rischiate una sostituzione interessante: alle abitudini tossiche ne aggiungete una nuova, più alla moda, ma più subdola – la gara alla performance.










