Nel giardino senza confini,
chi coglie un fiore scuote il cielo.La mano che si tende verso un petalo
interroga una stella lontana.Dimmi:
dove finisce il fiore,
e dove comincia il turbamento del cielo?(Koan Zen)

Commento al Koan
Se lo guardi con l’abitudine della mente che vuole separare le cose, il koan sembra quasi poetico, ma un po’ esagerato: “come può un fiore turbare una stella?”
Eppure è proprio lì che si nasconde il senso.
Nel momento in cui provi a tracciare una linea netta tra il fiore e la stella, tra il vicino e il lontano, tra l’azione e le sue conseguenze, stai già facendo un’operazione molto artificiale. È come se disegnassi confini sulla superficie dell’acqua e poi ti stupissi che le onde li cancellano.
Il concetto non è che il fiore “causa” un effetto cosmico in senso meccanico, come una pallina che urta un’altra pallina. È qualcosa di più sottile: il fiore e la stella emergono nello stesso campo di esistenza. Non sono due eventi separati che si toccano occasionalmente, ma due espressioni dello stesso processo.
Dire che “non puoi cogliere un fiore senza turbare una stella” è un modo per ricordarti che non esiste un gesto isolato. Ogni atto è intrecciato a tutto ciò che lo rende possibile: il terreno, il corpo, l’aria, la luce, la storia dell’universo che ha prodotto sia la tua mano sia il fiore che stai per cogliere.
E allora la domanda del koan non chiede una risposta logica. Chiede un piccolo collasso dell’illusione di separazione.
Non “come è possibile?”
ma “chi è che sta cogliendo il fiore, se tutto è già in movimento insieme?”
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