Io non conosco nessuna preghiera più bella di quella con cui concludevano gli antichi spettacoli dell’India: “Possano tutti gli esseri viventi restare liberi dal dolore.” – Arthur Schopenhauer

Spunti di riflessione
In queste parole si raccoglie l’essenza di una saggezza più antica e più alta di tutte le vane lusinghe con cui l’Occidente ha voluto illudere se stesso. Perché, se vi è una verità evidente, è questa: il mondo non è un giardino, ma un teatro del dolore. Ogni esistenza è attraversata dalla pena come il ferro dalla ruggine; ogni creatura respira il suo destino di sofferenza insieme all’aria che la tiene in vita.
Gli uomini, accecati dalla volontà che li spinge e li tormenta, cercano felicità, piacere, gloria; ma ogni volta che afferrano ciò che bramano, lo trovano inadeguato o già dissolto. In questo giro perpetuo di desiderio e disinganno, la preghiera indiana non invoca il godimento, non mendica fortuna, non chiede vittorie: essa chiede soltanto che il dolore venga meno.
È un’invocazione semplice, eppure infinitamente più nobile e profonda di qualunque pretesa di trionfo.
Che cos’è infatti la compassione, se non il riconoscere nell’altro lo stesso strazio che ci abita? La parola indiana non separa l’uomo dall’animale, il vicino dallo straniero, ma abbraccia tutti gli esseri senzienti sotto il segno comune del patire. In ciò essa dice più verità di tutte le dottrine che hanno cercato di giustificare il mondo come ordine armonioso o provvidenza benevola.
La vita, per la sua stessa essenza, non può essere beata; tuttavia, nella pietà universale, l’uomo trova la via più vicina a un riscatto. Non ci è dato cancellare la radice del dolore, ma possiamo alleviarlo, sospenderlo, ridurne il peso. In questo atto – negazione della cieca volontà che ci separa – sta la sola vera moralità.
Così quella preghiera, così breve e così vasta, non è un’illusione: è un ammonimento. Essa ci ricorda che il compito più alto non è quello di moltiplicare gioie che inevitabilmente svaniscono, ma di ridurre, per quanto possibile, la misura del dolore che grava su tutti gli esseri.
