Il disgusto è considerato un'emozione primaria. Nello studio delle emozioni fondamentali, gli psicologi riconoscono generalmente sei emozioni innate e universali:
Gioia
Tristezza
Rabbia
Paura
Sorpresa
Disgusto
Ciò significa che il disgusto non è appreso o puramente culturale: nasce biologicamente, come risposta protettiva a stimoli che possono essere dannosi per l’organismo – cibi tossici, sostanze in decomposizione, sporcizia, ecc.
Ha anche caratteristiche fisiche molto concrete: nausea, rifiuto del cibo, contrazioni facciali particolari (come il corrugamento del naso e del labbro superiore), che si osservano già nei neonati, indicando la sua natura innata.
Quindi, il disgusto è primario, universale e radicato nel cervello e nei nostri circuiti biologici, anche se la sua espressione e ciò che lo provoca può essere influenzato dall’esperienza e dalla cultura.
Il disgusto, come ogni altra emozione fondamentale - la gioia, la rabbia, la tristezza, la paura, la sorpresa - è inscritto profondamente in noi, tanto nelle strutture cerebrali quanto nei circuiti più antichi del nostro istinto. Esso nasce da un bisogno biologico: proteggere il corpo da ciò che potrebbe nuocerci.
Il gusto, in effetti, e il disgusto sono due facce della stessa medaglia: il gusto ci permette di riconoscere e apprezzare i cibi nutrienti - il dolce, i grassi - mentre il disgusto ci allerta verso ciò che potrebbe essere velenoso o dannoso.
Questa funzione è così radicata che già nei bambini piccoli il disgusto si manifesta con grande intensità: il piccolo rifiuto verso un sapore amaro, spesso accompagnato da nausea, è una forma di protezione. Col passare degli anni, la soglia del disgusto si abbassa, ma restano differenze individuali: le donne, ad esempio, possiedono più papille gustative e percepiscono più intensamente il salato e l’amaro. Alcuni geni determinano anche come sentiamo il grasso o il piccante. Non esistono due lingue uguali, né due percezioni del gusto identiche: ogni lingua è un universo, ogni palato un piccolo mondo a sé.
Ma il disgusto non è solo chimica. Paul Rozin, psicologo noto per i suoi studi sull’emozione, ci mostra due regole importanti: la legge del contagio - se due oggetti sono stati in contatto, lo schifo di uno può trasferirsi all’altro - e la legge della similarità - ciò che somiglia a qualcosa di disgustoso è percepito come disgustoso. Così, un cioccolato a forma di escremento suscita repulsione, pur essendo dolce e sicuro da mangiare.
Il sapore più potente nel provocare disgusto è l’amaro, perché in natura molte sostanze tossiche lo possiedono. Cavoli e broccoli, pur amari, sono sani; ma il riflesso del disgusto resta. Questo ci mostra come il disgusto sia anche un "sistema immunitario comportamentale": ci tiene lontani da fonti di malattia, dagli escrementi, dalla sporcizia, o da chi potrebbe trasmetterci infezioni.
Tuttavia, il disgusto non è universale nella sua espressione culturale. Ciò che in un Paese suscita ribrezzo può essere delizia in un altro: il casu marzu in Sardegna, insetti in Messico o tarantole in Cambogia. Qui interviene l’esperienza, la memoria e l’apprendimento: ciò che da bambini è associato a piacere o dolore condiziona la nostra risposta futura.
Nei circuiti cerebrali, il disgusto ha sedi precise: l’insula, soprattutto a destra, genera la sensazione fisica di nausea e vomito; i gangli della base contribuiscono alla percezione generale; la corteccia frontale elabora il disgusto morale. Ogni cervello è unico, proprio come ogni lingua e ogni lingua del gusto.
Infine, il disgusto non riguarda solo ciò che mangiamo. Qualsiasi cosa che oltrepassi i confini del corpo - rifiuti, rutti, puzzette - può provocarlo, seppure con variazioni culturali. Darwin osservava già che è più disgustoso vedere la minestra sulla barba che la minestra o la barba separatamente. L’elemento comune è sempre il richiamo a ciò che è interno e potenzialmente contaminante.
In sintesi, lo schifo è un intreccio complesso di biologia, cultura, memoria ed esperienza personale. È universale nella sua funzione, ma profondamente individuale nelle sue manifestazioni. È un messaggero antico della nostra evoluzione, ma anche una piccola finestra sulle differenze che rendono ognuno di noi unico.