Poiché nessuno pensa che le sue sventure possano essere attribuite a una sua pochezza, ecco che dovrà individuare un colpevole. – Umberto Eco
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Spunti di riflessione del giorno
Poiché nessuno è mai disposto ad ammettere che le proprie sventure derivino da una qualche forma di insufficienza personale – tanto che il narcisismo è ormai la più radicata delle virtù moderne – occorre necessariamente individuare un colpevole. La colpa, in quanto concetto, non può restare orfana: essa ha bisogno di un volto, di un nome, di un simbolo contro cui indirizzare il risentimento.
Così l’uomo contemporaneo, pur immerso in un universo dove le cause si disperdono e le responsabilità si moltiplicano come in un labirinto di specchi, preferisce la semplicità consolatoria del capro espiatorio.
Meglio pensare che la propria infelicità sia frutto di un complotto, di un sistema, di un “loro” indistinto, piuttosto che accettare l’idea insopportabile che la vita sia un insieme di contingenze e scelte, alcune delle quali – orrore! – potrebbero essere state errate.
Si produce così una curiosa economia morale: la sventura personale viene trasformata in un’ingiustizia cosmica, e l’autocommiserazione in rivolta etica. L’individuo si assolve, si trasforma in vittima, e nel farlo trova una sorta di piacere estetico nel proprio lamento. D’altronde, essere vittima è un modo elegante per continuare a sentirsi protagonisti.
Ecco dunque il paradosso: più l’uomo si libera da vincoli esterni, più sente il bisogno di costruirne di nuovi, purché gli garantiscano il privilegio di non essere mai causa del proprio male. E in questa fuga dalle responsabilità si consuma una delle più sottili idolatrie del nostro tempo – quella di se stessi, eretta non sull’orgoglio dell’azione, ma sull’innocenza proclamata della sventura.
