I due sentieri

Un giovane discepolo chiese al maestro zen:
«Maestro, come posso evitare la rabbia e camminare solo sul sentiero della pace interiore?»

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Il maestro lo condusse su una collina dove si aprivano due sentieri tortuosi. Nessuno dei due era dritto: entrambi si perdevano tra curve, salite, discese e deviazioni.

«Quello a sinistra è il sentiero della rabbia,» disse il maestro. «Quello a destra è il sentiero della pace.»

Il discepolo osservò:
«Ma entrambi sembrano ugualmente difficili.»

Il maestro annuì.
«Perché nessun sentiero umano è lineare.»

Indicò il sentiero della rabbia:
«Qui, ogni deviazione sembra promettere una scorciatoia. Ma porta sempre più lontano. Ogni passo alimenta il passo successivo, e presto non sai più perché hai iniziato.»

Poi indicò il sentiero della pace:
«Anche qui ci sono deviazioni. Talvolta sembrano passi indietro: dubbi, stanchezza, silenzio, attese. Ma ogni deviazione, se osservata con attenzione, insegna.»

Il discepolo chiese:
«Allora qual è la vera differenza tra i due sentieri?»

Il maestro raccolse una manciata di terra e la lasciò scivolare tra le dita.
«Sul sentiero della rabbia cammini per reagire. Su quello della pace cammini per comprendere.»

«E quando sbaglio strada?» domandò il discepolo.

Il maestro sorrise:
«Ti fermi. Respiri. Guardi dove sei. E riparti. Non esiste deviazione che non possa diventare insegnamento.»

Il giovane rimase in silenzio a lungo.

Poi il maestro concluse:
«La saggezza non è scegliere sempre il sentiero giusto, ma riconoscere in tempo quando stai camminando senza presenza.»

Morale della storia

Questo racconto non parla davvero di due sentieri. Parla dell’unico sentiero che esiste: quello che stiamo già percorrendo.

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Il giovane discepolo crede che la pace sia una direzione precisa, una strada da imboccare una volta per tutte, mentre la rabbia sia una deviazione da evitare. Ma il maestro, con la sua calma disarmante, gli mostra qualcosa di più sottile: non sono i sentieri a fare la differenza, ma il modo in cui li si attraversa.

Entrambi sono tortuosi perché la vita è tortuosa. Pretendere che l’esistenza sia lineare equivale a voler trasformare un fiume in un tubo. E nel farlo, perdiamo proprio ciò che rende l’acqua viva: il suo fluire, le sue curve, le sue soste.

Il sentiero della rabbia non è cattivo in sé. È il cammino della reazione, della fretta di rispondere al mondo prima ancora di averlo ascoltato. È il movimento automatico dell’ego che dice: “Io devo difendermi, io devo vincere, io devo controllare”. Ma più cerchiamo di controllare, più diventiamo prigionieri del nostro stesso sforzo.

Il sentiero della pace, invece, non promette scorciatoie né vittorie rapide. Offre pause. Silenzi. Apparenti passi indietro. E questo è il grande paradosso: molte volte è proprio fermandosi che si avanza. Quando respiriamo, quando osserviamo, quando smettiamo di voler sistemare tutto, scopriamo che la vita si sta già sistemando da sé.

Il maestro non invita il discepolo a evitare gli errori, ma a cambiare il modo in cui li guarda. Perché l’errore non è smarrirsi; l’errore è credere di essere persi. Nel momento in cui ci accorgiamo di esserci allontanati, siamo già tornati.

Così, la vera saggezza non consiste nel camminare sempre con passo sicuro, ma nel riconoscere quando stiamo camminando senza essere presenti. La presenza è il punto in cui rabbia e pace si dissolvono entrambe, lasciando spazio a qualcosa di più vasto: la semplice esperienza di essere vivi.

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In definitiva, non esistono due sentieri opposti. Esiste solo la danza infinita del perdersi e ritrovarsi, in cui ogni passo, se osservato con attenzione, diventa già casa, il posto naturale in cui ognuno si trova già.

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