Dopo dieci anni trascorsi nel monastero, il maestro chiamò i suoi tre discepoli.
Avevano studiato gli stessi testi, meditato sotto gli stessi alberi, mangiato lo stesso riso e spazzato lo stesso cortile. Eppure, col passare degli anni, ciascuno aveva cominciato a guardare la vita in modo diverso.
Il maestro li fece sedere davanti a sé.
«Sono passati dieci anni» disse. «È tempo di vedere che cosa avete imparato.»
Il primo discepolo abbassò lo sguardo.
Era quello che aveva imparato a diffidare delle illusioni. Aveva visto malattie, lutti, fallimenti, tradimenti e desideri finiti male. Quando qualcuno gli parlava di felicità, lui pensava subito a quanto sarebbe durata.
Il maestro gli domandò:
«Quali sono le due parole che riassumono ciò che hai imparato?»
Il discepolo rimase in silenzio per qualche istante.
Poi disse:
«Non basta.»
Il maestro lo guardò.
«Cosa non basta?»
«La fortuna non basta. L’amore non basta. La buona volontà non basta. Anche quando fai tutto bene, qualcosa può andare storto. E quando finalmente ottieni ciò che desideravi, spesso scopri che non era quello che pensavi.»
Il maestro annuì.
«Hai imparato a vedere ciò che manca.»
Poi si rivolse al secondo discepolo.
Era quello che, al contrario, aveva imparato a cercare ciò che poteva ancora essere fatto.
Dove il primo vedeva una porta chiusa, lui cercava una finestra. Dove vedeva una perdita, cercava ciò che restava. Aveva imparato che gli uomini possono ricominciare, che un errore può diventare esperienza e che persino una giornata storta può contenere qualcosa di buono.
Il maestro gli fece la stessa domanda:
«Quali sono le due parole che riassumono ciò che hai imparato?»
Il discepolo sorrise.
«Può ancora.»
Il maestro sollevò un sopracciglio.
«Cosa può ancora?»
«Cambiare. Ricominciare. Migliorare. Accadere. Finché siamo vivi, non sappiamo mai fino in fondo come andrà a finire.»
Il maestro annuì.
«Hai imparato a vedere ciò che può nascere.»
Infine guardò il terzo discepolo.
Questi non aveva né lo sguardo preoccupato del primo né il sorriso fiducioso del secondo.
Sembrava semplicemente stanco.
Il maestro gli chiese:
«E tu? Quali sono le tue due parole?»
Il discepolo rimase a lungo in silenzio.
Poi disse:
«Questo è.»
Il primo discepolo lo guardò perplesso.
«Tutto qui?»
Il terzo annuì.
«Se piove, piove. Se posso fare qualcosa, la faccio. Se non posso, non aggiungo alla pioggia anche la mia protesta.»
Il secondo sorrise.
«Quindi sei d’accordo con me: le cose possono cambiare.»
«Sì.»
Il primo intervenne:
«E con me che possono andare male.»
«Sì.»
I due discepoli si guardarono.
«Allora che cosa hai imparato di più di noi?»
Il terzo si strinse nelle spalle.
«Non molto.»
Il maestro sorrise.
Poi si alzò, prese una ciotola vuota e la lasciò cadere a terra.
La ciotola si ruppe.
I tre discepoli rimasero a guardarla.
Il primo disse:
«Ecco. Le cose si rompono.»
Il secondo raccolse un frammento.
«Ma possiamo aggiustarla.»
Il terzo guardò i pezzi sul pavimento.
«Adesso è rotta.»
Il maestro rise.
«Finalmente avete cominciato a capire.»
I tre discepoli lo guardarono senza capire.
«Il primo di voi ha imparato a non raccontarsi che la vita sarà sempre buona. Il secondo ha imparato a non raccontarsi che sarà sempre cattiva. Il terzo ha imparato che non è necessario raccontarsi qualcosa ogni volta.»
Poi prese la scopa e cominciò a raccogliere i frammenti.
«Ma non fatevi ingannare» aggiunse. «Anche dire “accetto tutto” può diventare un modo per evitare di vivere.»
Il terzo discepolo sorrise.
«Allora qual è la risposta giusta?»
Il maestro gli porse la scopa.
«Quella che ti permette di raccogliere i cocci.»
E si allontanò.
I tre rimasero in silenzio.
Dopo qualche istante, il primo prese la paletta.
Il secondo raccolse i frammenti più piccoli.
Il terzo cominciò a spazzare.
Nessuno dei tre disse più nulla.
Forse, dopo dieci anni, avevano finalmente capito che certe risposte non servono a spiegare la vita.
Servono soltanto a tornare a vivere senza pretendere di capire tutto.

