La porta che il re non volle aprire

Un giovane re aveva un problema che non sapeva risolvere.

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Ogni notte, appena il palazzo taceva, qualcuno bussava alla porta della sala del trono.

Tre colpi.

Sempre alla stessa ora.

Il re aveva interrogato le guardie, cambiato le sentinelle, fatto controllare i corridoi.

Nessuno aveva mai trovato nessuno.

Una notte, stanco di quella storia, ordinò di inchiodare la porta.

«Così almeno non entrerà più nessuno

La notte seguente arrivarono i tre colpi.

Il re sentì il legno vibrare.

Non poteva essere la sua immaginazione.

Chiamò le guardie.

«Avete sentito?»

Le guardie non avevano sentito nulla.

Il re rimase in silenzio.

La notte dopo fece costruire una seconda porta davanti alla prima.

Poi una terza.

Ogni volta che arrivavano i tre colpi, ne faceva aggiungere un’altra.

Dopo molti anni, nessuno ricordava più che cosa ci fosse dietro quelle porte.

Un fidato servitore, un giorno, trovò il re davanti all’ingresso.

«Maestà, perché non aprite?»

Il re lo guardò sorpreso.

«Aprire cosa?»

Il servitore indicò le porte.

«Quella che avete chiuso tanti anni fa.»

Il re rimase a lungo in silenzio.

Poi disse:

«Avevo paura di ciò che avrei trovato.»

«E adesso?»

Il re ascoltò.

Nessun colpo.

«Adesso ho paura di non ricordare più perché l’ho chiusa.»

Il vecchio sorrise.

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«È così che certe cose diventano più grandi.»

Il re lo guardò.

«Perché le lasciamo marcire?»

«No. Perché costruiamo loro intorno.»

Morale del racconto

Ciò che rimandiamo per non affrontarlo può finire per occupare più spazio del problema che avevamo paura di risolvere.

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Perché rimandare dà sollievo?

Immaginiamo una persona che deve affrontare una conversazione difficile.

Prima della conversazione prova ansia, tensione, paura del conflitto.

Pensa: «Lo farò domani.»

E improvvisamente sente un piccolo sollievo.

Il problema non è scomparso, ma l’emozione spiacevole si è abbassata.

Psicologicamente questo è molto potente: l’evitamento viene rinforzato proprio dal sollievo che produce.

Si crea una sequenza:

problema → ansia → evitamento → sollievo

Il cervello può imparare: quando compare questa cosa, allontanati.

La volta successiva, quindi, affrontarla può sembrare ancora più difficile.

E qui nasce il paradosso:

Rimandare riduce l’ansia che proviamo adesso, ma può aumentare quella che dovremo affrontare dopo.

Non sempre, naturalmente. A volte rimandare è una scelta sensata: non siamo pronti, mancano informazioni, abbiamo bisogno di riposare o di trovare un momento migliore. Il problema nasce quando il rinvio diventa il principale modo con cui regoliamo le emozioni.

Dal punto di vista della psicologia positiva

La psicologia positiva permette di guardare la questione da un’angolazione interessante: non soltanto «Come elimino l’ansia?», ma anche:

«Quali risorse posso sviluppare per affrontare ciò che mi mette in difficoltà?»

Qui entrano concetti come autoefficacia, resilienza, speranza, capacità di coping e senso di agency.

Se ogni volta che qualcosa ci mette in difficoltà scegliamo di evitarla, perdiamo un’occasione per sperimentare:

«Posso avere paura e occuparmene comunque.»

Questa esperienza è molto diversa dal convincersi che «non devo avere paura».

Anzi, una delle trappole della cultura della crescita personale è proprio pensare che stare bene significhi eliminare rapidamente le emozioni spiacevoli.

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La psicologia positiva più seria non richiede necessariamente questo.

Può essere molto più utile costruire capacità di stare dentro una difficoltà senza esserne completamente governati.

E ogni volta che affrontiamo qualcosa che temevamo, anche senza ottenere il risultato sperato, possiamo acquisire una piccola esperienza di padronanza:

«Non era facile, ma ho potuto farci qualcosa.»

Questo può aumentare il senso di autoefficacia.

E Jung cosa direbbe?

Qui la metafora delle porte diventa ancora più interessante.

Per Carl Gustav Jung, una parte importante della vita psichica consiste nel confrontarsi con ciò che la coscienza preferirebbe non vedere.

Non necessariamente perché dietro ogni problema ci sia un grande trauma nascosto – questa sarebbe una semplificazione psicologica banale – ma perché la personalità tende spontaneamente a costruire un’immagine di sé compatibile con ciò che riesce a tollerare.

Ci sono aspetti che riconosciamo volentieri:

«Sono una persona paziente.»
«Sono forte.»
«Non mi interessa il giudizio degli altri.»
«Io non sono una persona aggressiva.»

E altri che facciamo più fatica a riconoscere.

Rabbia. Invidia. Paura. Bisogno. Dipendenza. Ambizione. Vulnerabilità. Desiderio di riconoscimento.

Jung chiamava Ombra quella parte della personalità che viene esclusa dalla coscienza o che non corrisponde all’immagine che abbiamo di noi stessi.

Ma attenzione: ‘Ombra’ non significa semplicemente “parte cattiva”, anzi! Può contenere anche qualità, desideri e possibilità che abbiamo imparato a non riconoscere.

E allora cosa succede quando continuiamo a rimandare?

Possiamo immaginarlo proprio come nella favola del re.

  1. La prima porta rappresenta il problema.
  2. La seconda è: «Non è il momento.»
  3. La terza: «Prima devo sistemare quest’altra cosa.»
  4. La quarta: «Forse non è poi così importante.»
  5. La quinta: «Ci penserò quando avrò più energie.»

E così via.

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A un certo punto non abbiamo più soltanto il problema iniziale.

Abbiamo costruito attorno al problema un’intera architettura psicologica.

La prospettiva junghiana ci insegna che ciò che non viene riconosciuto dalla coscienza non sempre smette di agire.

Può tornare indirettamente: attraverso reazioni sproporzionate, conflitti ripetuti, proiezioni sugli altri, sogni, comportamenti che non comprendiamo, oppure semplicemente attraverso quella strana sensazione di stare vivendo sempre lo stesso copione.

Non significa che ogni comportamento problematico sia una manifestazione dell’Ombra. Sarebbe un’interpretazione troppo facile di Jung.

Il punto più profondo è un altro:

Ciò che non riusciamo a integrare nella nostra consapevolezza può continuare a condizionare il modo in cui viviamo.

La crescita non consiste nel diventare immuni dalle difficoltà

La crescita si basa, almeno in parte, nell’ampliare ciò che siamo capaci di riconoscere, tollerare e utilizzare.

La persona non diventa inevitabilmente più forte perché elimina la paura.

Diventa più competente quando scopre:

«Posso provare paura senza lasciare che sia lei a decidere tutto.»

E forse questa è una morale molto più interessante del semplice «affronta i tuoi problemi».

Perché a volte affrontare non vuol dire aprire una porta con coraggio eroico.

Invece, può significare semplicemente smettere di costruirne un’altra davanti.

Ed è proprio qui che la favola del re acquista una profondità maggiore: il vero problema non sono le porte, ma il fatto che ogni nuova porta sembra una soluzione mentre, in realtà, sta soltanto rendendo più lontano il confronto con ciò che c’è dietro.

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