C’è una forma di pensiero molto rassicurante: quella in cui la sofferenza non è mai un problema, ma sempre un progetto evolutivo. . . purché non sia il tuo. Se si forza a interpretare il dolore sempre in qualcosa di positivo, si rischia di perdere la capacità di riconoscere quando il dolore è solo dolore. Mentre, riconoscere il dolore per quello che è, senza trasformarlo subito in qualcos’altro, è già una forma di chiarezza.

Taddeo, ‘Il Quasi-Saggio’

Frase del Giorno saggezza pratica: la sofferenza non è come una palestra per evoluzione Taddeo il Quasi-Saggio

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Spunti di riflessione di filosofia pratica di Taddeo, ‘Il Quasi-Saggio

Oggi mi sono imbattuto in uno dei tanti proclami da guida spirituale e ho notato che chi parla della sofferenza come ‘strumento di crescita’ lo fa da una posizione strana, cioè come se il dolore avesse sempre un senso, purché non lo si stia vivendo male in quel momento.

In questi contesti di orientamento interiore, la sofferenza viene molte volte raccontata come un allenamento. Ma l’analogia regge solo fino a un certo punto, perché l’allenamento presuppone scelta, misura e recupero, mentre la sofferenza nella vita reale non sempre rispetta nessuna di queste tre condizioni.

L’atleta sceglie deliberatamente di andare in palestra e sa esattamente quando smettere. La sofferenza della vita (malattie, lutti, guerre) è improvvisa, non voluta e subita.

Lo sforzo fisico in palestra è dosato e finalizzato a un obiettivo chiaro. Il dolore traumatico o la sofferenza esistenziale di solito non hanno una misura gestibile.

Per cui, non tutta la sofferenza “allena”. Alcuni tipi di trauma profondo, se non elaborati con gli strumenti corretti, logorano e indeboliscono la persona anziché renderla più forte.

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Non chiedere di liberarti dalla sofferenza serve davvero?

Bisogna fare attenzione quando si prendono troppo sul serio certe affermazioni che ti dicono dinon chiedere di liberarti dalla sofferenza.

E’ verissimo che può essere utile a volte dare senso al dolore, ma può anche diventare complesso se questo porta a non riconoscere più il bisogno di sollievo.

Una domanda semplice che mi sorge e che rivolgerei ai guru spirituali è: se una persona soffre e chiede aiuto per stare meglio, questa richiesta è vista come un errore di comprensione spirituale?

Questa è una domanda interessante, perché è una di quelle che non ha bisogno di molte parole, ma di molta precisione.

Quindi, proviamo a riformularla in modo ancora più neutro: una persona che soffre e chiede sollievo sta ‘sbagliando percorso’, oppure sta semplicemente descrivendo una condizione umana normale?

Perché se la risposta è che sta sbagliando, allora abbiamo un criterio curioso: il bisogno di stare meglio diventa un segnale di incomprensione.

Se ogni richiesta di sollievo viene interpretata come resistenza all’evoluzione, allora cosa dovrebbe fare una persona che soffre?

Accettare il dolore… o accettare anche il divieto di desiderare che finisca?

Chi definisce l’errore?

Ecco un’altra domanda molto semplice da fare ai guru spirituali, senza ironia questa volta:

Qual è il criterio per distinguere tra:

  • sofferenza che ‘serve’;
  • sofferenza che ‘non serve’;
  • e sofferenza che andrebbe semplicemente alleviata?”

Perché se tutto serve sempre, allora la parola ‘servire’ perde funzione descrittiva e diventa solo consolazione.

La sofferenza e il modo giusto di attraversarla

La sofferenza non va evitata, va ‘attraversata nel modo giusto’ e questo sposta ulteriormente il problema:

“Non è più ‘come sto?’, ma ‘sto soffrendo nel modo spiritualmente corretto?’”

E ogni volta che una domanda esistenziale diventa una domanda di performance interiore qualcosa si irrigidisce.

Per concludere, il vero dubbio è: se una persona soffre e chiede aiuto per stare meglio, questa è un’illusione da correggere o un’informazione da ascoltare?

Perché una delle due opzioni costruisce senso sulla sofferenza. L’altra, semplicemente, prova a non aggiungerne altro.

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La sofferenza e il giudizio: è giusta o non giusta?

Quando un’esperienza interna viene divisa in categorie come ‘utile’ e ‘non utile’, oppure ‘corretta’ e ‘non corretta’, non stiamo più descrivendo la sofferenza. Stiamo iniziando a normarla.

In psicologia questo passaggio è delicato, perché sposta il focus dall’esperienza al giudizio sull’esperienza.

Il primo effetto: la doppia sofferenza

Se una persona soffre e, mentre soffre, si chiede anche se sta soffrendo nel modo giusto, si introduce una seconda dimensione.

Non è più solo dolore. È dolore + valutazione del dolore.

Il rischio è che questa seconda parte non riduce la sofferenza, ma la amplifica.

Il nodo del criterio della sofferenza che serve

Chi osserva dall’esterno stabilisce il criterio di ‘sofferenza che serve’? E soprattutto: su quali indicatori?”

Perché se il criterio è interno e variabile, diventa difficile applicarlo in modo coerente. Se è esterno e spirituale, diventa difficile verificarlo nella realtà dell’esperienza individuale.

Il punto psicologico centrale: la perdita di contatto fenomenologico

C’è un passaggio importante da sottolineare a questo punto: quando la sofferenza viene interpretata continuamente, si rischia di perdere contatto con il suo dato immediato.

Cioè: invece di sentire ‘sto male’, la mente inizia a chiedersi ‘che tipo di male è questo?’” E questo, in termini psicologici, è uno spostamento dall’esperienza alla metacognizione valutativa.

Non basta soffrire: bisogna soffrire “bene”

Se una pratica insegna a stare con la sofferenza, ma introduce anche la necessità di valutarla continuamente, rischia di trasformare la presenza in performance.

E la domanda iniziale – ‘come sto?’ – viene sostituita da una più sottile e più esigente: ‘sto reagendo correttamente a come sto?’

Approfondiamo un attimo la questione anche dal punto di vista dei nuovi approcci psicologici e facciamo un confronto su come la sofferenza viene gestita.

In psicologia contemporanea, soprattutto nell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT Terapia di accettazione e di impegno nell’azione) questa dinamica è ben conosciuta, ma viene letta in modo diverso.

Non come ‘sofferenza che serve’ o ‘sofferenza che non serve’, ma come un dato inevitabile dell’esperienza umana a cui si può rispondere in modi più o meno funzionali.

L’Acceptance and Commitment Therapy (ACT), è un approccio psicoterapeutico di terza generazione, sviluppata negli anni ’80 dallo psicologo Steven C. Hayes.

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Nell’ACT il punto non è decidere se una sofferenza è giusta, utile o spiritualmente corretta.

Il punto focale è: cosa fai mentre la stai vivendo? E soprattutto: quanto la tua mente ti aggancia a storie sulla sofferenza invece che restare in contatto con ciò che sta accadendo?

Qui entra in gioco la defusione cognitiva.

Cioè la capacità di vedere i propri pensieri come pensieri, non come verità assolute o istruzioni da seguire.

Per esempio, invece di: ‘questa sofferenza è un errore che devo correggere’, posso notare: ‘sto avendo il pensiero che questa sofferenza sia un errore’.

Il discorso spirituale che dice: ‘la sofferenza va attraversata nel modo giusto’ rischia, senza volerlo, di creare una fusione cognitiva diversa:

  • non più con il pensiero ‘sto male’, ma con il pensiero ‘sto male nel modo sbagliato’.

Entrambi sono pensieri. Entrambi possono diventare regole interne.

Nell’ACT non si cerca un ‘modo giusto’ di soffrire. Si cerca flessibilità psicologica: la capacità di restare in contatto con l’esperienza senza essere intrappolati dalla storia che la mente costruisce su quell’esperienza.

Se ogni sofferenza viene reinterpretata come opportunità evolutiva obbligatoria, la mente non è più libera di dire: ‘questo fa male e ho bisogno di aiuto’.

Perché anche quel bisogno rischia di essere letto come ‘resistenza’ o ‘errore di comprensione’.

E questo, in ACT, sarebbe visto come una forma di rigidità cognitiva mascherata da significato.

Conclusione

Quando la sofferenza diventa qualcosa che deve essere attraversato nel modo giusto, il rischio non è solo spirituale. È psicologico: la persona può iniziare a sentirsi in errore non per ciò che prova, ma per il modo in cui lo sta vivendo.

E questo diventa un punto in cui il problema non è più il dolore iniziale, ma la cornice che lo sta interpretando mentre accade.

Una cosa è dare senso alla sofferenza. Un’altra è trasformare il bisogno di sollievo in un errore da correggere.

E tra le due, la differenza non è filosofica, diventa clinica: riguarda quanto spazio interno resta alla persona per vivere dentro la propria esperienza senza doversi giudicare mentre lo fa.

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