Contano quei due principi lì: non farsi mai troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire. – Italo Calvino

Lo spunto di riflessione di Lao Zen Scacciapensieri
Io su queste parole ci torno spesso, ma non per spiegarle. Per lasciarmi spiegare da loro.
Non farsi troppe illusioni non è cinismo, né una speranza delusa. Qui si parla di qualcosa di più semplice: non chiedere alla realtà di comportarsi come la immagino io. Le illusioni nascono quando confondo il desiderio con l’ordine delle cose.
E poi c’è l’altro principio: “non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire“. Ma attenzione: non dice “servirà sicuramente”. Dice “potrà”. È una differenza sottile ma decisiva. È la differenza tra controllo e fiducia.
Io li vedo come due passi che camminano insieme. Uno mi impedisce di costruire castelli sull’aria. L’altro mi impedisce di fermarmi davanti al dubbio che quei castelli non si vedano subito.
Se tolgo il primo, mi perdo nelle aspettative.
Se tolgo il secondo, mi spengo nell’inutilità.
Non c’è da scegliere un equilibrio perfetto, ma restare in movimento senza pretendere che il senso arrivi in anticipo.
Io continuo a fare le cose così: senza troppe storie su ciò che saranno, ma senza la pretesa che non servano a nulla.
Ovvero: rimani senza illusioni in mente, ma con la fiducia nelle tue mani e in ciò che possono fare.
E questo, nella vita, mi basta.
La psicologia di vita pratica: il realismo attivo
Il doppio principio di cui si parla: non cadere in illusioni, ma credere in ciò che si fa, riprende diversi filoni che si intrecciano bene tra loro.
Il primo è la distinzione tra aspettative rigide e flessibilità cognitiva. “Non farsi troppe illusioni” somiglia a ciò che in psicologia cognitiva viene visto come riduzione delle aspettative assolute: quando la mente trasforma i desideri in “deve andare così”, aumenta la frustrazione e la sofferenza. È vicino al lavoro sulla decatastrofizzazione e alla ristrutturazione cognitiva: vedere le cose per quello che sono, non per come “dovrebbero essere”.
Il secondo principio – “non smettere di credere che ciò che fai potrà servire” – richiama invece l’autoefficacia percepita dello psicologo canadese Albert Bandura, ‘Self-efficacy theory’: l’idea che il senso di efficacia non dipenda dal risultato immediato, ma dalla fiducia nel proprio agire. Qui entra anche la motivazione intrinseca: continui a fare non perché hai la garanzia del risultato, ma perché il comportamento ha valore in sé o potenziale valore futuro.
Messi insieme, i due principi creano una tensione molto sana: da un lato riducono la dipendenza dall’illusione di controllo (che spesso genera ansia e delusione), dall’altro mantengono attivo il sistema motivazionale orientato allo scopo.
In termini più esistenziali, è una posizione vicina alla accettazione impegnata della Acceptance and Commitment Therapy Acceptance and Commitment Therapy (ACT): accettare la realtà così com’è (senza illusioni) mentre si continua ad agire in direzione di valori personali (credere che ciò che fai possa servire).
Sintetizzando, in psicologica:
non è ottimismo né cinismo, ma una forma di realismo attivo, cioè vedere chiaramente, senza smettere di muoversi.
