Chi parla male degli altri trova sempre chi lo ascolta e alimenta il pettegolezzo.
Non ci sarebbero così tante bocche aperte se non ci fossero così tante orecchie aperte. – Joseph Hall
La citazione mette in evidenza un meccanismo molto umano: si parla tanto anche perché c’è qualcuno disposto ad ascoltare. Pettegolezzi, lamentele, giudizi e indiscrezioni continuano a circolare perché trovano attenzione.
L’attenzione è una forma di rinforzo. Quando parlare di qualcuno, raccontare un segreto o esprimere continuamente un giudizio suscita interesse, reazioni o curiosità, è più probabile che quel comportamento venga ripetuto. In questo senso, chi ascolta non è necessariamente responsabile di ciò che viene detto, ma può contribuire, anche involontariamente, a mantenerlo in circolazione.
Il punto non è quindi colpevolizzare chi ascolta: ascoltare è necessario e non significa credere a tutto. La questione diventa interessante quando l’ascolto si trasforma in consumo di pettegolezzi, giudizi e indignazione, magari perché ci offre qualcosa che ci incuriosisce o ci fa sentire parte di un gruppo.
Quindi bisogna guardare anche al ruolo dell’ascoltatore. Non tutto ciò che arriva alle nostre orecchie merita di essere rilanciato. Il modo più efficace per interrompere una conversazione inutile non è trovare una risposta brillante, ma semplicemente non alimentarla con la propria attenzione.
Scegliere a cosa dare attenzione
Poiché non esiste soltanto chi parla troppo, ma esiste anche chi gli offre continuamente un pubblico, possiamo imparare a scegliere a cosa prestare la nostra attenzione per non cadere nella reiterazione dei pettegolezzi.
A volte ascoltare è persino più facile che parlare. Basta prestare attenzione, fare una domanda, mostrare curiosità. E una conversazione che avrebbe potuto finire in pochi secondi può continuare per mezz’ora.
Tutto ciò non ci deve portare a diventare sospettosi di ogni parola. Né dobbiamo pensare che ascoltare qualcuno significhi approvare quello che dice. Possiamo ascoltare una persona e contemporaneamente pensare: “Questa informazione non la conosco abbastanza”, oppure “Non mi sembra corretto parlarne”.
C’è poi una differenza tra ascoltare per capire e ascoltare per avere qualcosa da raccontare. Nel secondo caso l’orecchio diventa quasi un magazzino: raccoglie informazioni che poi possono essere trasferite altrove. E così una parola detta da una persona diventa una voce, la voce diventa una certezza e la certezza finisce per sembrare un fatto.
In definitiva, molte parole continuano a girare perché trovano qualcuno disposto ad ascoltarle. Non possiamo chiudere tutte le bocche maldicenti, ma abbiamo la facoltà di scegliere a quali parole prestare le nostre orecchie.
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