Il ruolo della devozione nella ricerca del sé interiore: Bhakti yoga e Advaita Vedanta.

Tratto dal libro ‘La presenza consapevole – L’esperienza diretta della nostra vera natura’ Rupert Spira

Il ruolo della devozione nella ricerca del sé interiore: Bhakti e Advaita

La devozione

Domanda: In questo approccio [Advaita Vedanta] c’è spazio per la bhakti, la devozione?

“Essere devoti significa dare completamente se stessi all’oggetto della nostra devozione. Quindi, l’unico oggetto degno, o addirittura possibile, di questa devozione, o di questo amore, deve essere qualcosa che è sempre presente, perché la completezza non è applicabile a qualcosa di intermittente.

Per questo motivo non ci sono veri oggetti di devozione, dato che tutti gli oggetti sono intermittenti. Solo la consapevolezza è sempre presente e quindi solo la consapevolezza merita la nostra devozione.

Ma cos’è che dà alla consapevolezza questa devozione? Ovviamente, un oggetto intermittente come il corpo-mente non può dare totale devozione: solo la consapevolezza può dare sempre totale devozione a se stessa. Solo la consapevolezza può essere davvero amata ed essere vero amore. Ancora meglio, la consapevolezza non ama e non è amata: è amore.

La forma più elevata di amore o di devozione consiste nell’essere consciamente la consapevolezza. Qualunque altra forma di devozione sarebbe quella di un’entità immaginaria per un oggetto immaginato. L’entità immaginaria che cerca qualcosa a cui dare la propria devozione non si avvede che questa stessa attenzione è la coscienza che sta cercando. E’ come una corrente nell’oceano che fruga l’oceano alla ricerca dell’acqua.

La devozione non è qualcosa che ‘facciamo’, ma è ciò che siamo.

“Signore, tu sei l’amore con il quale ti amo”.

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Qualunque oggetto si presenti alla mente come possibile destinatario della devozione è un oggetto creato dalla mente e non può essere quindi il vero destinatario. Qualunque oggetto è soltanto mente; ma, nella sua ricerca di una direzione in cui volgersi, la mente dirige senza saperlo verso la propria sorgente. Dopo avere esplorato tutte le direzioni arriva a un punto morto e comprende che non c’è una direzione in cui volgersi né un oggetto degno della vera devozione. In breve, la mente non sa cosa sia la devozione. Grazie a questa comprensione la mente diventa silenziosa, cioè scompare, e al suo posto si rivela la devozione. Infatti la devozione non è qualcosa che facciamo, ma è ciò che siamo.

La ricerca mentale dell’oggetto di devozione è chiamata a volte ‘indagine sul sé: una concessione alla mente che pensa di avere la capacità di dirigere l’attenzione a suo piacere verso un oggetto. Invece, benché all’inizio possa sembrare così, non è un processo in cui la mente va verso la sua sorgente, ma una dissoluzione della mente nella sua sorgente.

Come potrebbe la mente andare verso la consapevolezza? In quale direzione si muoverebbe? Solo ciò che non è la sorgente può dissolversi nella sua sorgente, quindi l’idea della dissoluzione della mente nella sua sorgente fa ancora parte della credenza che la mente sia qualcosa di diverso dalla sorgente. L’idea di una sorgente da cui sgorga qualcosa è un’idea dualistica che scompare con la comprensione che non esiste alcuna entità indipendente, che si tratti della mente o di un oggetto. E’ la sorgente, la consapevolezza, che reclama a poco a poco la mente.

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Assumendo la forma della mente, la consapevolezza sembra diventare qualcosa di diverso da se stessa, qualcosa di separato, di altro e di esterno. Ma, alla fine di ogni percezione, la consapevolezza riassorbe la mente e di conseguenza crssa il suo apparente velamento prodotto dalla sua stessa creatività. Quindi, anche questo modo di esprimersi non è esatto: la sostanza della mente non è altro che consapevolezza, e dunque non c’è niente che si dissolva in qualcos’altro.

Quando un’immagine che sembrava velare lo schermo scompare rendendolo di nuovo visibile, si è forse dissolta nello schermo? L’immagine è fatta di schermo e lo schermo non si dissolve. Ma, diventando in apparenza qualcosa di diverso da sé (per esempio un paesaggio), lo schermo sembra essere scomparso, finché la scomparsa dell’immagine non lo rivela di nuovo.

Allo stesso modo, la mente è un’apparizione nella consapevolezza fatta esclusivamente di consapevolezza, ma ha il potere di velare apparentemente la consapevolezza stessa di cui è fatta. Nell’indagine sul sé, la mente scompare come scompare l’immagine sullo schermo, lasciando di nuovo in piena vista la consapevolezza. Ma non è la mente che mette in atto questo processo, non più di quanto l’immagine metta in atto la propria scomparsa.

La mente non fa niente, perché non è un’entità autonoma capace di fare o non fare. In realtà, ciò che è sempre stato in piena vista è la consapevolezza, simultaneamente sfondo e immagine.”

(Rupert Spira)

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