Forse avrete già sentito parlare della cosiddetta sindrome del granchio nel secchio, o crab mentality.

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L’immagine da cui nasce questa espressione è piuttosto efficace: si dice che un secchio pieno di granchi non abbia bisogno di coperchio, perché quando uno prova a uscire, gli altri finiscono per tirarlo giù, impedendogli di liberarsi.

Al di là della precisione etologica di questa osservazione, ciò che conta è la forza della metafora.

Perché descrive molto bene una dinamica che osserviamo spesso anche nelle relazioni umane: quando una persona prova a crescere, a cambiare, a emanciparsi o a realizzare qualcosa di importante, non sempre riceve sostegno. Talvolta incontra resistenza proprio da chi le è vicino.

Parliamo di familiari, amici, colleghi, partner.

La resistenza non si manifesta necessariamente in modo esplicito o aggressivo. Anzi, spesso assume forme molto più sottili.

Può arrivare attraverso frasi come:

“Non montarti la testa.”
“Sì, vediamo quanto dura.”
“Prima eri più semplice.”

Oppure attraverso atteggiamenti ancora più silenziosi: distacco, freddezza, mancato supporto.

La domanda interessante, dal punto di vista psicologico, non è tanto se questo accada, ma perché accade.

Perché la crescita di qualcuno può generare fastidio, resistenza o addirittura sabotaggio?

L’origine del meccanismo: non è solo invidia

La spiegazione più superficiale è dire: “Per invidia”.

In realtà l’invidia, nella maggior parte dei casi, è solo la parte visibile di qualcosa di molto più profondo.

Alfred Adler parlava di sentimento di inferiorità, un concetto centrale nella sua teoria.

Tutti, nel corso della vita, sperimentiamo una sensazione di insufficienza. È naturale. Nasciamo dipendenti, vulnerabili, incompleti. Da questa condizione nasce la spinta a crescere, migliorarci e sviluppare competenze.

Il sentimento di inferiorità, quindi, non è patologico di per sé. Può anzi essere il motore dell’evoluzione personale.

Il problema nasce quando questo senso di inadeguatezza non viene elaborato.

Quando una persona fatica a confrontarsi con le proprie paure, con le proprie rinunce o con i propri limiti, la crescita altrui può diventare dolorosa da osservare.

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Perché?

Perché l’altro, senza volerlo, diventa uno specchio.

E gli specchi a volte mostrano cose che preferiremmo non vedere.

La crescita dell’altro può attivare pensieri inconsci del tipo:

  • “Forse avrei potuto farlo anch’io.”
  • “Forse mi sto trattenendo.”
  • “Forse sto rinunciando a qualcosa di importante.”

E questo può essere difficile da tollerare.

In questi casi diventa psicologicamente più semplice svalutare l’altro piuttosto che guardarsi dentro.

Per esempio, pensando:

  • “Ha solo avuto fortuna.”
  • “Sì, ma non è poi così bravo.”
  • “Vedrai che prima o poi fallisce.”

Questa svalutazione non serve davvero a colpire l’altro.

Serve soprattutto a proteggere sé stessi da un disagio interno.

Perché ci confrontiamo soprattutto con chi ci somiglia

Un altro contributo importante arriva da Leon Festinger e dalla sua ‘Social Comparison Theory‘.

Festinger spiegò che gli esseri umani tendono a valutare sé stessi confrontandosi con gli altri.

Ma non con chiunque.

Ci confrontiamo soprattutto con chi percepiamo simile a noi.

Ecco perché il successo di una celebrità spesso ci colpisce meno del successo di:

  • un fratello;
  • un’amica;
  • una collega;
  • una professionista partita dal nostro stesso punto.

Quando cresce qualcuno che sentiamo “simile”, il confronto diventa più diretto.

E questo può attivare vulnerabilità profonde.

Non è necessariamente il successo dell’altro a ferire, ma il significato che gli attribuiamo.

Il ruolo del gruppo: perché il cambiamento destabilizza

C’è poi un altro aspetto molto importante.

Ogni gruppo umano tende a costruire un proprio equilibrio.

Pensiamo alla famiglia.

Molte volte, anche senza accorgercene, ciascuno occupa un ruolo:

  • quello forte;
  • quello fragile;
  • quello che salva tutti;
  • quello ribelle;
  • quello che “non ce la farà mai”.

Questi ruoli creano una struttura relazionale relativamente stabile.

Quando una persona cambia davvero, non cambia solo lei.

Cambia l’intero sistema.

Se la figlia considerata fragile diventa autonoma, la famiglia deve ridefinire le proprie dinamiche.

Se il collega sempre in ombra inizia a emergere, cambia la gerarchia implicita del gruppo.

Questo può generare disagio.

Non tanto per cattiveria, quanto per paura.

La mente umana, paradossalmente, preferisce talvolta un equilibrio disfunzionale, ma conosciuto, a un cambiamento che richiede adattamento.

La mentalità della scarsità

Un altro elemento chiave è ciò che in psicologia viene chiamato mentalità della scarsità (scarcity mindset).

È la convinzione, di solito inconscia, che non ci sia abbastanza per tutti.

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Non abbastanza:

  • successo;
  • attenzione;
  • riconoscimento;
  • amore;
  • valore.

Chi ragiona inconsciamente in termini di scarsità tende a percepire il successo altrui come una minaccia.

Il ragionamento implicito è:

Se tu ricevi di più, io ricevo di meno.

Questa logica è profondamente radicata in contesti di forte frustrazione, competizione o insicurezza.

In contesti emotivamente più sani, invece, il successo dell’altro può essere percepito come ispirazione, non come minaccia.

Il secchio oggi: i social media

Oggi questa dinamica si osserva in modo molto chiaro sui social.

Se un tempo il confronto avveniva in famiglia, sul lavoro o nella cerchia di amici, oggi avviene in modo continuo.

Ogni giorno vediamo persone che:

  • raggiungono obiettivi;
  • lanciano progetti;
  • aprono studi professionali;
  • pubblicano libri;
  • crescono economicamente;
  • migliorano la propria immagine.

Questo significa che il confronto sociale non si interrompe quasi mai.

E qui entra in gioco una dinamica molto attuale.

Il “like”.

Il significato psicologico del non mettere like

Naturalmente bisogna evitare interpretazioni semplicistiche.

Non ogni mancato like significa qualcosa.

Le persone possono essere occupate, distratte o non aver visto un contenuto.

Detto questo, in alcuni casi il mancato riconoscimento può avere anche una valenza psicologica.

Immaginiamo una professionista che pubblichi:

  • un nuovo progetto;
  • l’apertura del proprio studio;
  • un articolo importante;
  • un traguardo meritato.

Molti osservano.

Alcuni leggono tutto.

Ma non interagiscono.

Silenzio.

Perché?

Talvolta perché riconoscere apertamente la crescita di qualcuno può attivare disagio.

Anche un gesto apparentemente piccolo come un like, inconsciamente, può significare:

  • “Vedo il tuo successo.”
  • “Riconosco il tuo valore.”
  • “Accetto la tua crescita.”

E se quella crescita attiva ferite narcisistiche o senso di inferiorità, perfino un gesto minimo può diventare emotivamente costoso.

In questi casi non sempre compare un sabotaggio esplicito, invece può comparire qualcosa di più sottile.

Una sorta di resistenza passiva.

Non ti critico.
Non ti attacco.
Ma non ti sostengo neppure.

Osservo, ma resto fermo.

È una forma molto moderna di sabotaggio silenzioso.

Il sabotaggio silenzioso sui social

Oggi la sindrome del granchio si manifesta spesso così:

  • silenzio selettivo;
  • supporto assente;
  • freddezza relazionale;
  • interazione solo nei momenti di fragilità altrui.

Questo ultimo punto è particolarmente interessante.

Ci sono persone che sembrano molto presenti quando stai male.

Ti ascoltano, ti sostengono, ti sono vicine.

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Ma quando inizi a stare bene, a espanderti, a diventare più sicura, qualcosa cambia.

Si allontanano.

Diventano fredde.

Oppure spariscono.

Perché?

Perché la vulnerabilità altrui, a volte, rassicura.

La crescita altrui, invece, può destabilizzare.

Finché resti nel “secchio”, la relazione mantiene il suo equilibrio.

Quando inizi a uscirne, l’altro è costretto a confrontarsi con sé stesso.

E non tutti sono pronti.

La parte più importante: il granchio non è sempre fuori

C’è infine un aspetto su cui vale la pena riflettere.

È facile riconoscere il granchio negli altri.

Più difficile è riconoscerlo dentro di sé.

Eppure, psicologicamente, questa è forse la riflessione più utile.

Possiamo chiederci:

  • Mi capita di sminuire i successi altrui?
  • Mi infastidisce la crescita di persone vicine a me?
  • Tendo a raffreddarmi quando qualcuno emerge?

Queste domande non servono per giudicarsi.

Servono per conoscersi meglio.

Perché la salute psicologica non consiste nel non provare mai invidia, fastidio o confronto.

Consiste nel riconoscere queste emozioni e nel non lasciarsi guidare da esse.

In fondo, uscire dalla logica del secchio significa proprio questo: arrivare a comprendere che la crescita dell’altro non riduce automaticamente le nostre possibilità.

Il valore di qualcuno non cancella il nostro.

E il successo altrui non è una condanna personale.

Molto spesso, al contrario, può diventare uno specchio utile.

Può mostrarci desideri che avevamo smesso di ascoltare, parti di noi rimaste congelate, possibilità che avevamo dato per perse.

Forse è proprio qui che si misura una certa maturità interiore: nella capacità di vedere qualcuno crescere senza sentirsi automaticamente sminuiti.

E anche nella capacità di chiederci, con sincerità, se qualche volta – magari senza accorgercene – siamo stati noi a trattenere qualcuno dentro il secchio.

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Sindrome del Granchio nel Secchio Invidia per il successo degli altri

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