Il falco che non sapeva volare.

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Un re ricevette in dono due giovani falchi e li affidò al maestro di falconeria perché insegnasse loro l’arte del volo.

Passarono i mesi.
Il primo falco imparò a salire nel cielo, a seguire il vento e a tornare al richiamo del suo maestro.

Il secondo, invece, rimaneva immobile su un ramo.
Giorno dopo giorno guardava il mondo dall’alto, ma non apriva mai le ali.

Il re chiamò guaritori, sapienti e uomini esperti.
Tutti cercarono di capire cosa trattenesse quell’uccello, ma nessuno riuscì a farlo volare.

Il falco aveva ali forti, occhi capaci di vedere lontano e un cielo intero davanti a sé.
Eppure restava fermo.

Un mattino arrivò un semplice contadino.
Guardò il falco in silenzio, poi si avvicinò al ramo.

Con un gesto calmo, tagliò il ramo.

Il falco precipitò nel vuoto.

Per un istante conobbe la paura.
Poi, nel silenzio della caduta, sentì qualcosa che aveva sempre avuto: le sue ali.

Le aprì.

Il vento lo sostenne.
Il cielo lo accolse.

Quando il re chiese al contadino quale magia avesse usato, l’uomo rispose:

«Nessuna magia, Maestà.
Il falco non doveva imparare a volare.
Doveva solo smettere di credere che il ramo fosse la sua unica possibilità.»

E da quel giorno il falco non guardò più il ramo da cui era caduto, ma il cielo verso cui poteva salire.

La storia del falco che non sapeva volare morale

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Morale della storia

Non occorre “forzarsi a cambiare”, ma lasciare andare ciò a cui ci aggrappiamo quando diventa un ostacolo alla nostra vera natura. Il ramo non è un nemico: per un tempo ha sostenuto il falco.

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Ma arriva un momento in cui ciò che ci ha protetto può impedirci di crescere.

Interpretazione in chiave psicologica

Dal punto di vista della psicologia individuale di Alfred Adler, alcuni elementi potrebbero essere letti così:

Il ramo non è il problema: è il significato che il falco gli dà.
Il falco potrebbe essersi costruito una convinzione del tipo:
“Io sono un essere che resta fermo. Questo è il mio posto. Se lascio il ramo, morirò.”

Per Adler non sono gli eventi in sé a determinare completamente la nostra vita, ma il modo in cui li interpretiamo e lo “stile di vita” che costruiamo a partire dalle nostre esperienze.

Il falco potrebbe avere sviluppato un sentimento di inferiorità.

Adler parlava del sentimento di inferiorità non come qualcosa di patologico in sé, ma come un’esperienza umana universale: ci sentiamo piccoli di fronte a qualcosa che sembra più grande di noi. La crescita nasce quando questo sentimento diventa uno stimolo verso il superamento, non quando ci blocca.

Il falco non ha bisogno di diventare “più forte”: deve trasformare la sua convinzione di essere incapace.

Il volo è un atto di coraggio creativo.
Adler parlava di sé creativo: ogni persona non è solo il risultato delle proprie esperienze passate, ma può dare loro un nuovo significato e scegliere una nuova direzione.

Il falco non cambia perché qualcuno gli dona nuove ali.
Cambia quando crea una nuova risposta alla situazione in cui si trova.

Il contadino, però, avrebbe bisogno di una rilettura adleriana.

Adler forse sarebbe cauto rispetto all’idea che basti “tagliare il ramo” per trasformare qualcuno. Una spinta esterna può aprire una possibilità, ma la trasformazione vera avviene quando la persona ritrova un senso di capacità e di appartenenza.

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Una versione più adleriana della morale potrebbe essere:

“Il falco non era prigioniero del ramo. Era prigioniero della convinzione che senza quel ramo non potesse esistere. Quando ha incontrato il vuoto, ha incontrato anche la possibilità di scegliere chi diventare.”

Inoltre, potrebbe sorgere anche una domanda:

“Il falco vuole davvero volare? O sta cercando soltanto di dimostrare qualcosa a qualcuno?”

Per Adler, infatti, la vera libertà non è soltanto liberarsi dai propri limiti, ma orientare la propria vita verso un significato, un contributo e una relazione con gli altri.

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