Perché iniziare a meditare? Una breve guida su cosa significa questa pratica.

Ecco alcuni benefici che la pratica della meditazione può offrire:

  1. Riduzione dello stress: la meditazione è spesso associata alla riduzione dello stress. Attraverso la concentrazione sulla respirazione e sulla consapevolezza del momento presente, la meditazione può aiutare a calmare la mente e a ridurre l’ansia e lo stress accumulati.
  2. Miglioramento del benessere emotivo: la meditazione può favorire il benessere emotivo generale. Può aumentare la consapevolezza delle proprie emozioni e aiutare a sviluppare una prospettiva più equilibrata e una maggiore capacità di affrontare le sfide quotidiane.
  3. Miglioramento della concentrazione: la meditazione richiede di focalizzarsi su un oggetto o un’esperienza specifica, come la respirazione. Questa pratica di concentrazione può allenare la mente a rimanere focalizzata e a resistere alle distrazioni, migliorando così la capacità di concentrazione e di attenzione nella vita di tutti i giorni.
  4. Miglioramento della consapevolezza: la meditazione può sviluppare la consapevolezza di sé e dell’ambiente circostante. Attraverso la pratica regolare, si può imparare a osservare i propri pensieri e le proprie emozioni senza giudizio, permettendo una maggiore comprensione di sé stessi e degli altri.
  5. Promozione della salute fisica: la meditazione non riguarda solo la mente, ma può anche avere benefici per il corpo. Diverse ricerche hanno suggerito che la meditazione può contribuire a ridurre la pressione sanguigna, migliorare il sistema immunitario e favorire il sonno di qualità.
  6. Sviluppo di resilienza: la pratica meditativa può aiutare a sviluppare la resilienza mentale, ovvero la capacità di affrontare le difficoltà e le avversità con maggiore equanimità e calma interiore. La meditazione può fornire strumenti per gestire lo stress e le sfide della vita in modo più efficace.

Il testo che segue è tratto dal libro ‘Manuale di meditazione’ di Claudio Lamparelli.

Perché meditare?

Quando parliamo di «meditazione» (dhyana in sanscrito) ci riferiamo ad almeno sei tradizioni spirituali dell’Oriente — Yoga, Vedanta, Buddhismo, Taoismo, Zen e Tantrismo — tutte più o meno imparentate fra loro. Non sappiamo perché questa pratica si sia sviluppata proprio in Oriente, così come non sappiamo perché l’altra grande tecnica — quella scientifica — sia cresciuta di più in Occidente. Forse i due emisferi del mondo, proprio come i due emisferi cerebrali, hanno attitudini e specializzazioni diverse.

Resta il fatto che come la tecnica occidentale viene utilizzata da tutti i popoli, così anche quella orientale può e deve essere impiegata nel resto della Terra. Anzi, è proprio dall’incontro e dalla fusione di queste due culture che può nascere il meglio della civiltà umana. Come scrive Ernst Junger, «tra lo spirito dell’Occidente e la sostanza dell’Oriente esiste un rapporto di reciproco consumo e di reciproca fecondazione».

In Oriente lo scopo della meditazione viene variamente definito «risveglio», «liberazione», «illuminazione», satori, samadhi, moksa, nirvana, ecc. Tutti questi termini indicano che, di solito, ci troviamo in uno stato di limitazione, di condizionamento, di ignoranza, di offuscamento e di dipendenza da cui dobbiamo uscire, se vogliamo attingere a una coscienza più vasta e a una libertà più piena.

Il percorso o la «via» per giungere a questa meta comporta vari stadi e varie pratiche, ma utilizza comunque la meditazione nella sua fase determinante.

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Nello Yoga, per esempio, abbiamo otto tappe: le prime due (yama e niyama) riguardano le qualità morali, la terza (asana) indica la posizione da assumere, la quarta (pranayama) si occupa della respirazione, la quinta (pratyahara) consiste nella ritrazione sensoriale, la sesta (dharana) comporta la focalizzazione dell’attenzione, la settima (dhyana) rappresenta la meditazione vera e propria, e l’ultima è il samadhi, l’unione con l’oggetto della contemplazione.

Anche nel Buddhismo il sentiero che conduce alla cessazione della sofferenza (dukkha) prevede otto tappe: la retta comprensione, il retto pensiero, la retta parola, la retta azione, la retta condotta di vita, il retto sforzo, la retta consapevolezza e la retta meditazione (jhana = dhyana).

Visti questi due elenchi, forse il lettore penserà che, per dedicarsi alla meditazione, ci si debba trasformare in monaci o santi. Ma non è così: lo scopo di questa opera è proprio quello di dimostrare come la meditazione sia una pratica perfettamente compatibile con la vita moderna, cui può apportare una dimensione spirituale nuova, consistendo essenzialmente in un insieme di tecniche per il recupero del senso dell’essere, per lo sviluppo della consapevolezza e per la ricerca dell’esperienza della trascendenza.
In alcune tradizioni, essa viene associata a ideali ascetici, che tuttavia appaiono storicamente e socialmente superati, essendo il frutto di epoche e di culture passate. Invece, l’affrancamento dai cicli ripetitivi dell’esistenza, la liberazione dalle illusioni e dal conformismo, la comprensione dei meccanismi mentali, la chiara visione delle cose, l’aumento della sensibilità, la conquista della calma e del distacco, tutto ciò può essere utile in ogni tempo e in ogni società, e non richiede sterili rinunce preventive.

È possibile meditare in qualunque condizione esistenziale; sarà poi la meditazione stessa a suggerirci il modo in cui modificare la nostra vita. Come dice il Dhammapada, «è dalla meditazione che nasce la saggezza»; e tale saggezza (prajna) non deve solo applicarsi ai fini ultimi, ma anche ai piccoli e grandi casi della vita.
Lo stesso discorso vale per le esperienze di illuminazione, di satori o di samadhi, che non devono essere viste soltanto come sublimi stati estatici capaci di far capire ogni cosa. In realtà, quasi ogni meditazione ben eseguita dà luogo a una sua piccola o grande illuminazione, ossia a una chiarificazione, a un affinamento della sensibilità e a una migliore comprensione di questo o quel problema.

Se ci sediamo in meditazione, abbiamo certo in animo qualche obiettivo, che non deve essere solo la soluzione dei massimi problemi esistenziali. Talvolta abbiamo bisogno di un momento di pace e di raccoglimento. Ma il soddisfacimento di questo bisogno e le condizioni che ne seguono — un diverso atteggiamento mentale, una visione più chiara dei problemi, un maggiore distacco, una migliore intuizione, ecc. — rappresentano già una piccola illuminazione.

Non esiste solo il grande e mirabolante potere di capire e cambiare tutto in un colpo solo, ma anche il «piccolo» potere di capire e cambiare qualcosa nella propria vita, giorno dopo giorno. E questa è la funzione della meditazione quotidiana.

La letteratura orientale parla dei poteri straordinari (siddhi) che sarebbero stati ottenuti da certi illuminati. Ma è più importante comprendere qualcosa della propria vita che levitare in aria o camminare sulle acque. Tutto dunque va riportato alla realtà; secondo lo Zen, lo scopo finale è «vedere le cose così come sono». Questo è il massimo potere, non quello di uscire dal corpo o di spostare gli oggetti a distanza. La stessa illuminazione del Buddha, depurata dagli elementi mitologici, consiste in una conoscenza approfondita delle leggi del divenire, in una visione lucida, in un diradamento delle tenebre che avvolgono ogni uomo. Come dice il Dhammapada, «l’impurezza delle impurezze è l’ignoranza».

Meditazione e lavoro su di sé

La meditazione può essere definita un «lavoro su di sé», una coltivazione della mente, una tecnica della coscienza, un addestramento della sensibilità, una disciplina psichica, che si pone innanzitutto due obiettivi: l’acquisizione di un maggior grado di consapevolezza e il recupero del senso dell’essere, continuamente oscurato dalle vicende della vita e dalle attività mentali.

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La consapevolezza non coincide con la comune coscienza automatica, con la semplice riflessione speculare; è invece un’attività volontaria, la facoltà spirituale per eccellenza, che intende prima osservare attentamente, spassionatamente, i movimenti psichici (in rapporto agli avvenimenti) e poi riplasmare le loro risposte, in modo da superare i vecchi modi di pensare e di reagire.

Ovviamente, si lavora sulla mente per giungere a un’azione illuminata sulla realtà, perché — come dice il Dhammapadatutti i dharma, tutti gli elementi, sono «dominati, originati e creati dalla mente». Insieme con Aurobindo, potremmo allora definire la meditazione un’evoluzione concentrata e abbreviata della coscienza.

La mente consapevole è un fenomeno faticosamente determinatosi in cui la stessa energia cosmica cerca di prendere coscienza di se stessa e di indirizzarsi a una meta. L’io e la coscienza sono dunque il prodotto di circostanze esterne, su cui in un primo momento non abbiamo nessuna possibilità di controllo. Ma, con l’emergere della consapevolezza, ecco che si delinea la possibilità di reinterpretare e riorientare le nostre esperienze. Nasce così l’interiorità autoconsapevole, lo spirito. E, attraverso il lavoro su di sé, questo spirito cerca di diventare finalmente padrone del proprio destino.

Recuperare l’essere

«Qual era il tuo volto prima di nascere?» recita un koan dello Zen; ossia, qual era il senso originale dell’essere, la gioiosa sensazione di esistere, che è collegata al fatto stesso di stare al mondo e che viene oscurata dalle mille preoccupazioni e dalle attività materiali e mentali dell’uomo adulto?
Recuperare questa «sensazione di piacevolezza», questo sentimento di essere «a proprio agio» qui e ora, di essere parte integrante del tutto, di trovarsi a casa propria (e non in un luogo straniero), è uno dei compiti fondamentali della meditazione. La reintegrazione dell’esperienza originaria non ha luogo attraverso un riesame delle esperienze passate negative — come nella psicoanalisi —, ma attraverso un risanamento delle modalità di apprendimento. Ciò avviene per mezzo di due metodi: l’acquietamento psico-sensoriale (posizione yoga, recupero del rapporto con il corpo, con il respiro e con la natura in genere, ritrovamento dell’armonia tra psiche e soma, ecc.) e lo spostamento dell’attenzione consapevole alla propria mente, con relativa «presa di distanza». Entriamo così nella «concentrazione di accesso», una
sorta di samadhi preliminare.

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Attenzione distaccata e disidentificazione

È chiaro che, in questo modo, le pulsioni inconsce non vengono neppure toccate. Ma, se si dovessero manifestare, sarebbero trattate come tutto il resto del materiale mentale: con attenzione distaccata. La loro neutralizzazione non avverrà quindi attraverso l’identificazione di questa o quella causa (benché lo stato di acquietamento e di abbassamento delle difese abituali possa anche rivelarle all’improvviso), ma attraverso una diversa articolazione del rapporto causa-effetto. Esse cioè continueranno per un po’ ad agire, ma saremo noi a non reagire più allo stesso modo. E questo avviene grazie al secondo metodo e al secondo compito della meditazione: lo sviluppo della consapevolezza, seguito dalla disidentificazione e dal trascendimento sistematico dell’ego.

Abbiamo così indicato due linee di tendenza che non sono sempre nettamente divise: l’acquietamento e la consapevolezza infatti si mescolano e si sostengono a vicenda. A modo suo, la meditazione è dunque una forma di psicoterapia. Ma ciò che essa cura non è tanto questa o quella malattia, quanto la malattia stessa del vivere. Già il Buddhismo l’aveva presentata come una specie di terapia della sofferenza connessa inevitabilmente al divenire.

Ora, in quanto ricerca di una simile «salute» radicale, la meditazione possiede anche una dimensione religiosa. Però, a differenza delle religioni teistiche, non cerca la salvezza in qualche Essere superiore, in qualche intervento miracoloso, non prega per ottenere grazie e aiuti, non delega il rapporto con la trascendenza a una classe di sacerdoti mediatori, ma pone — come dice il Buddha«l’uomo di fronte a se stesso», lo fa agire «con le sue sole forze» e lo rende «responsabile di ogni suo atto».

Questo non significa affermare una sorta di onnipotenza dell’uomo; vuol dire piuttosto che nessuno può sostituirsi alle scelte, alle decisioni e alla volontà individuali, e che, in assenza di una comprensione personale, non può esserci nessun vero progresso spirituale. «Se io non sarò me stesso,» dice un proverbio ebraico «chi lo sarà per me? E se non ora, quando?». L’uomo ha pesanti limiti e condizionamenti, esteriori e interiori, ma possiede anche una via d’uscita: lo sviluppo della consapevolezza e il trascendimento di sé. Se tutto infatti è «il risultato di ciò che pensiamo» — come dice il Buddha —, allora è possibile, convertendo la nostra mente, cambiare le regole del gioco. Ciò che avviene esternamente e internamente ha un punto d’incontro nel nostro stesso essere, nel nostro stesso corpo. «Proprio in questo corpo, che contiene la mente e le sue percezioni, ho potuto conoscere l’universo, la sua origine e la sua fine.»

Dunque, caratteristica della meditazione è l’invito alla responsabilizzazione, all’impegno personale e alla sperimentazione. «Non fidatevi del sentito dire» ammonisce ancora il Buddha. «Non fatevi guidare dall’autorità dei testi religiosi… né dal rispetto per i maestri. Ma solo quando capite da soli che certe cose non sono salutari, abbandonatele… e quando capite da soli che certe cose sono salutari, accettatele e seguitele.»

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